La lingua e l'alfabeto osco usati dai Sanniti.
SANNITI

 
Dedica di dono alla vittoria da  Pietrabbondante
Dedica su bronzo di dono alla vittoria da Pietrabbondante (1).

 

Vi sono stati popoli che sono riusciti a produrre e preservare una cultura notevolmente avanzata ed addirittura una letteratura nella forma della tradizione orale, ma è la scrittura che pone una società in condizione di sviluppare un'economia evoluta e di sostenere le complesse esigenze della vita civile.
Con il termine osco viene chiamata la lingua dei Sanniti, dal nome del popolo che li ha preceduti nell'Italia centro-meridionale. Questa lingua fu l'evoluzione di una forma espressiva già esistente in loco, modellata con il tempo dalle genti che la utilizzarono e terminata quando il dominio di Roma si estese su l'intera penisola.
  Ciottolo di fiume inciso in osco
Ciottolo di fiume inciso (2).
Diventò una vera e propria lingua autonoma, con un'ortografia ed una grammatica abbastanza rigorose, ed ufficialmente in uso in gran parte dell'Italia, in un'area quindi molto vasta. Nel IV secolo a.C. la si scriveva in modo più accurato di quanto non avvenisse per il latino. L'osco era parlato in modo abbastanza omogeneo tanto da essere capito da tutti i Sanniti e dai Lucani, dai Marrucini, dai Peligni, dai Volsci e da altre popolazioni sabelle fino ai Bruzi e fino al nord della Sicilia, diffuso dalle schiere marcenarie dei Mamertini.
In genere la grammatica osca somiglia a quella latina. I metodi di declinazione e coniugazione sono molto simili, e genere, voce, modo e tempo vengono usati nella stessa maniera. La stessa analogia si ritrova nella sintassi, mentre per ciò che riguarda la fonologia, la morfologia e l'ortografia le differenze fra le due lingue erano molto nette. L'alfabeto sannitico nella sua forma più evoluta (III secolo a.C.) si compone di 21 lettere:


Alfabeto sannitico

Le vocali, originariamente solo 4 (a, e, i, u), sono state successivamente portate a 6 con l'aggiunta di altre 2 lettere, í ed ú, per indicare il suono intermedio tra "i-e" con la prima, e quello tra "o-u" con la seconda. Questi segni, che occupano infatti le due ultime posizioni nella sequenza alfabetica, caratterizzano le iscrizioni non antecedenti il III secolo a.C.
L'andamento della scrittura procede da destra verso sinistra. Sono possibili legature tra due o più lettere di una stessa parola, quando i tratti verticali delle lettere vengono a trovarsi in successione tra loro:


 




Le parole che si trovano in successione nella stessa linea di scrittura sono di solito separate da un segno costituito da un punto, oppure da due punti sovrapposti. Sono usualmente utilizzate abbreviazioni per il prenome, e più raramente per il gentilizio, nei nomi di persona. Sono inoltre spesso abbreviati i termini che indicano una carica pubblica (ad esempio M.T. era l'abbreviativo di Meddix Tuticus).
Frentani - Peso in bronzo
Frentani - Peso in bronzo a forma di
astragalo con iscrizione osca.
 
Il fatto che l'osco fosse parlato in un'area molto vasta era indice della sua importanza, ma nonostante ciò non venne fatto alcuno scritto almeno fin dopo la nascita degli insediamenti campani verso la fine del V secolo ed il conseguente contatto con la cultura greca ed etrusca. Con loro i Sanniti cominciarono ad esprimersi per mezzo della parola scritta utilizzando l'alfabeto degli Etruschi con i quali avevano avuto "problemi di coesistenza" - per le note vicende accadute nel territorio di Cuma -
e, modificandolo rispetto alle proprie esigenze fonetiche e mantenendo l'uso di leggere e scrivere da destra verso sinistra, trasformarono l'osco in una lingua scritta oltre che parlata. Lo stesso alfabeto etrusco fu derivato da quello greco occidentale dei coloni calcidesi di Cuma intorno al 650 a.C.
Anche se parlato allo stesso modo nella maggior parte dell'Italia peninsulare, non aveva nella traslazione scritta la stessa omogeneità di grafemi (l'alfabeto). Infatti, se osserviamo la totalità delle epigrafi osche, possiamo notare che non sempre vengono utilizzati i caratteri dell'alfabeto "classico" con scrittura destrorsa: in Lucania e nel Bruzio veniva comunemente usato l’alfabeto greco mentre, per la vicinanza ai territori romani, sia i Sabini e sia i Marrucini, i Peligni, i Vestini, i Marsi e i Volsci utilizzavano un primitivo alfabeto latino.
I Sanniti cominciarono a servirsi della scrittura per scopi ufficiali, per redigere trattati che venivano scritti su pelli di animali o su tavole di argilla e ratificati scolpiti sulle pietre dei templi o su supporto metallico.
Rare sono le iscrizioni funerarie come la Stele di Bellante (3), ritrovata vicino Teramo, un cippo ovoidale con la rappresentazione stilizzata del defunto e l'iscrizione in lingua sabellica che circonda la figura in bassorilievo (circa metà del VI secolo a.C.).
Purtroppo non ci sono pervenuti testi di letteratura osca, ma solo alcuni frammenti e molte tesimonianze di scrittori e letterati romani. Esempi di scritti possiamo ritrovarli in testi sacri come la Tavola di Agnone oppure le Iovile od anche il Cippo Abellano, la Tabula Bantina e la Defixio Vetter 6 (chiamata anche la Maledizione di Vibia) (4). In dialetto osco ma con grafemi latini troviamo la Tabula Rapinensis marrucina e l'iscrizione di Erenta peligna.
Le IOVILE sono iscrizioni in lingua osca su stele di terracotta o di tufo risalenti ad un periodo tra la metà del IV secolo e la fine del III secolo a.C.
Sono così chiamate perché nel testo ricorre spesso il termine "iuvilas" o "diuvilas", che indica letteralmente "cose materiali" da interpretare o con la stele stessa, o con statue, are o segnali posti a protezione dei defunti. Sono tutti reperti provenienti dagli scavi archeologici effettuati nel territorio di Capua.
Nell'immagine riportata a fianco è rappresentata una delle due lastre in pietra tufacea di grandi dimensioni. Esse misurano cm. 90x42 e cm. 78x50 e forniscono informazioni sul culto e sulle festività religiose. Secondo il testo vennero poste, in periodi diversi, alla presenza dei Meddices Decio Virrio e Minio Annio (5).
Una testimonianza della letteratura osca proviene invece dalle Fabulae Atellanae che divennero molto popolari tra i Romani (6).
  Stele con iscrizione osca da Bellante (Teramo) - V secolo a.C.
Stele di Bellante

Iovile con iscrizione osca da Capua - VI secolo a.C.
IOVILE
(Fondo Patturelli)
Nulla ci è pervenuto di esse se non testimonianze nel teatro romano che scoprì cosa potesse essere la satira proprio dall'interpretazione di questi testi. Allo stesso modo non conosciamo scrittori sanniti se non tramite le solite testimonianze degli storici romani. Gavio Ponzio e suo padre, uomini sanniti di elevata statura politica e militare, erano tra gli autori citati da Livio e da altri, ma nulla ci è pervenuto dei loro scritti.

 


 

Tegolone - Pietrabbondante - I Secolo a.C.

TEGOLONE CON ISCRIZIONI IN OSCO E LATINO
PIETRABBONDANTE


Pertinente alla copertura del tempio B, inciso a crudo:

Osco: hn. sattieìs detfri
seganatted. plavtad
 
Latino: Herenneis Amica
signavit. qando
ponebamus. tegila

Iscrizione osca: "Detfri, schiava di Herennio Sattio, ha firmato con il piede " o con la scarpa (in verità vi sono le impronte di due piedi calzati).

Iscrizione latina: "Amica, schiava di Herennio, ha firmato quando ponevamo le tegole" (ad essiccare) - impronte di due piedi calzati.

Entrambi i testi si riferiscono ad una medesima occasione: l’impressione delle impronte sulla tegola, prima della cottura. Le lettere risultano infatti incise nell’argilla cruda.
L’iscrizione latina, disposta su tre righe, presenta lettere di dimensioni irregolari.
Quella osca corre invece su due righe ed è caratterizzata da lettere più piccole e più regolari. I due testi, costruiti simmetricamente, in parte si chiariscono a vicenda e ci consentono di venire a conoscenza di vari elementi, relativi alla costruzione del tempio B di Pietrabbondante. Dalle due iscrizioni si può infatti dedurre che le tegole del tempio - e quindi probabilmente anche la sua decorazione architettonica - furono prodotte nell’officina di Herennio Sattio, da persone a lui legate da un rapporto servile.
I Sattii costituiscono una gens osca, attestata da documentazioni epigrafiche rinvenute soprattutto in ambito sannitico, ed in particolare in Campania, e ben presente a Venafro (CIL X 4988, 4989, 4989 a, 4992). Venafro era del resto famosa per la qualità delle tegole che vi si producevano (Cat. agr. 135).
In base a questi dati Adriano La Regina ha proposto l’identificazione di Herennio Sattio con il proprietario dell’officina in cui venivano prodotte le tegole, e l’ubicazione di quest’ultima in Venafro. Del resto non stupisce la presenza a Venafro di un ambiente di cultura mista osco-latina, ancora prima della guerra sociale, né che per la costruzione del grande tempio di Pietrabbondante ci si fosse rivolti, per tegole di eccezionale grandezza, ad un centro rinomato per la loro produzione.
Il tegolone è pertinente alla copertura del tempio B, la datazione dell’iscrizione deve pertanto risalire all’epoca in cui tale copertura fu posta in atto, e quindi al primo decennio del I secolo a.C.
Tale datazione concorda con le caratteristiche generali dei due testi incisi, in particolare per il bilinguismo, in cui prevale la parte osca (il genitivo Herenneis nel testo latino presenta la forma osca).

Il tegolone misura 94x66 cm. ed è stato rinvenuto, durante gli scavi, con altri materiali della copertura del tempio accatastati in alcuni degli ambienti del porticato destro.
Restituzione grafica

Restituzione grafica del tegolone di Pietrabbondante.

 

 

 


 

GRAFEMI DELLA LINGUA OSCA

 
Grafemi della lingua osca

 


 

NOTE

(1) Lastrina bronzea con dedica di dono alla vittoria da parte di due Meddix appartenenti a nobili famiglie sannite. Santuario sannitico di Pietrabbondante. Databile al periodo delle Guerre Sociali (circa 90 a.C.) - Vedi sezione dedicata alle altre iscrizioni in osco.

(2) Il ciottolo di pietra presenta iscrizioni in osco su ambedue le facciate. Solo la prima è ben leggibile ed il testo è il seguente (non si comprende il significato della parola "kùru"):

Osco: pis tiù
ììv kùru(?)
pùiiù baìteìs
aadiieìs aììfineis
  Latino: quis tu?
ego a...
cuia baetis?
adii aedini
  Traduz.: chi (sei) tu?
io sono la...
di chi?
di Adius figlio di Aefinius

Se ne conoscono un paio, questo ritrovato a Sepino e conservato nel Museo Nazionale di Napoli ed un altro, più consunto e con una breve iscrizione, proveniente dall'area frentana nella zona di Histonium e conservato nel Museo Nazionale di Chieti.
Il testo di quest'ultimo è: "lùvkis ùvis" cioè nome e cognome del proprietario Lucius Ovius.
Non si conosce l'utilizzo di questi ciottoli fluviali con iscrizioni. La tesi più appropriata è che venissero utilizzati come amuleti fermaporta sugli usci delle case sannitiche.

(3) Il gruppo delle iscrizioni "Sud Picene" comprende testi che si riferiscono ad una SAFINA TUTA, uno stato dei Sabini. Queste costituiscono il collegamento sia cronologico che topografico tra i Sabini tiberini e lo stato dei Sanniti nelle loro sedi storiche.

(4) La "defixio Vetter 6" è un'esecrazione incisa in lingua osca scritta su di una laminetta bronzea proveniente da scavi effettuati presso il Fondo Patturelli vicino Capua.

(5) Il reperto fa parte di una coppia di stele ritrovate nel Fondo Patturelli vicino Capua e le iscrizioni furono approvate dai magistrati cittadini e consacrate durante le feste Pomperie del mese Faleno. Le Pomperie erano probabilmente feste mensili legate al ciclo lunare. Le attuali conoscenze del calendario osco non permettono una precisa identificazioni di tali avvenimenti.
Il testo delle Iovile, datate tra la seconda metà del IV secolo ed il III secolo a.C., può essere così tradotto:

(Iovila) di Sepio Elvio - Alle Pomperie Falenie
Questa Iovila (fu posta) alla presenza del Meddix Decio Virrio

Alla presenza del Meddix Pubblico Minio Annio
approvarono le Iovile. Alle Pomperie Falenie.


(6) Secondo Livio, le Atellane erano una levissima apud vulgum oblectatio e non apparvero prima della fine del II secolo a.C., cioè in un periodo relativamente tardo.
Forse presero il nome da Atella semplicemente perchè avevano lo scopo di rappresentare scene di vita degli osci, in quanto questo popolo godeva la fama di essere particolarmente rozzo. Il legame delle farse con i Sabelli è inoltre sottolineato dal fatto che, durante la rappresentazione, venivano indossate delle maschere chiamate oscilla, nome palesemente derivante da Osco.

 

 

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