Storia dei Sanniti e del Sannio
SANNITI
Massimo Cavalluzzo e Luciano D’Amico
Una Civiltà senza città: l'Italia Safina
(Terza Parte)


Seconda Parte

 

Ricoveri per bestiame.

In realtà c’è da considerare che mentre i pascoli invernali dei grandi areali pugliesi, presidiati com’erano dalla grande forza militare (43) offerta dal numero degli uomini armati e a cavallo, potevano garantire una efficace protezione degli stazzi notturni e dei villaggi di capanne da fiere, razziatori o anche un intero esercito nemico, lo sparpagliamento estivo delle greggi e delle mandrie sui più modesti areali montani della Lucania, Campania interna, Molise e Abruzzo a partire dal mese di maggio in poi, costringeva i clan safini a distribuire uomini ed animali nelle tante valli e vallette dell’altopiano appenninico. Queste, circondate com’erano da pinete, faggete, boschi di cerro e attraversate da torrenti o punteggiate da sorgenti, venivano naturalmente ripopolate anche dalla selvaggina, ivi compresi i grandi predatori come lupi, orsi e linci oltre che aquile, gipeti e cinghiali che pure non disdegnavano cibarsi di agnelli. E’ evidente, quindi che, in montagna, le spezzettate mandrie e le greggi dei singoli clan andavano difese specialmente di notte poichè nessuna famiglia pastorale si poteva permettere di lasciare gli animali in libertà nei boschi, regno indiscusso delle fiere e degli spiriti maligni (44).
Il che comportava necessariamente la creazione di ripari abbastanza forti ed alti nei quali ogni sera, dopo l’ultima abbeverata, andavano ricoverate le bestie conducendole al "masone", termine ancora oggi in uso nelle campagne meridionali e di antichissima derivazione indoeuropea a significare appunto la sosta notturna degli animali in un "luogo chiuso, riparato" (45). E’ evidente che la scelta dei pastori e degli allevatori finì per


Pecore ricoverate in uno stazzo pastorale realizzato in muratura a secco.
 
cadere su posizioni apicali poste nelle immediate vicinanze dei pascoli e delle abbeverate e su cocuzzoli che, viciniori alle valli, presentassero lati abbastanza scoscesi tali da rendere problematico l’avvicinamento delle fiere o i loro salti all’interno degli stazzi da posizioni più alte.
In più tali ricoveri dovevano essere abbastanza capienti da contenere tutti gli animali del clan sia di notte che per le ordinarie operazioni di mungitura, tosatura e quant’altro collegato all’allevamento quali la nascita di agnelli, puledri e giovenchi o gli accoppiamenti, la raccolta del latte e la separazione degli animali malati da quelli sani E’ importante tener conto che se ai nostri giorni gli ovicaprini allevati in Italia non superano i cinque milioni di capi, subito dopo l’unificazione d’Italia (nel 1861) quando i funzionari piemontesi presero possesso della Dogana di Foggia (48), trovarono le annotazioni borboniche che attestavano l’avvenuta conta di ben 28.000.000 di capi di bestiame.
Il che ci fa presupporre che in tempi preistorici, tra il IX ed il VII secolo a.C., quando la popolazione dei pastori allevatori safini ammontava, probabilmente, a non meno 100.000/150.000 unità (47), essi possedessero ed allevassero animali nella quantità di almeno un milione di capi, complessivamente, se ci attestiamo ad un rapporto minimo tra uomo/animale di 1 a 8 o 10.
Una tale quantità di capi, divisa tra le tante famiglie ed in funzione dei pascoli montani, comportava la necessità di almeno tre o quattromila stazzi sparsi in tutto il territorio safino, capaci ognuno di ospitare e proteggere da cento fino a mille pecore o più in ogni ricovero. E se per cento/duecento pecore occorrevano almeno un migliaio di metri quadrati di spazio, questo richiedeva una recinzione perimetrale non più corta di 200 metri; mentre per mille capi o più erano necessari diversi ettari di spianata ed una protezione perimetrale di diversi chilometri di lunghezza (48).
Come si può immaginare, per ottenere tali ricoveri sulle punte aguzze degli Appennini, anche nei luoghi più favorevoli bisognava realizzare, intorno al luogo del "masone", necessarie opere di terrazzamento che, per essere efficaci e durature, non potevano essere eseguite con pali di legno e terreno di riempimento più facilmente soggetti agli smottamenti ma con vere e proprie opere edili che i Safini realizzarono con la loro peculiare tecnica: l’opera poligonale. Grazie ai terrazzamenti a gradoni con massi pesanti ed incastrati a secco, da un lato livellarono lo spazio interno eliminando, là dove era necessario, l’andamento scosceso e, dall’altro, limitarono l’altezza della recinzione rispetto all’area interna in funzione di quanto serviva ad impedire agli animali di fuggire. In più, con una semplice ronda armata lungo il terrazzamento più esposto all’attacco delle fiere, poche persone bastavano per la guardia notturna contro i lupi e gli orsi, da sempre titubanti ad attaccare uomini armati e in possesso di fiaccole. Le strette aperture che si riscontrano come ingressi agli ocri, anche quelle a "baionetta" (49) come a Castel Canonico o Forlì del Sannio in Molise,
 

Pastore posizionato sulla strettoia
di uscita dello stazzo.
riproducono in pratica le aperture che ancora oggi i nostri pastori adottano nelle loro recinzioni degli stazzi montani (50). Infatti ancora oggi con una strettoia all’ingresso dell’ovile i pastori procedono ogni sera alla facile conta dei capi per accertarsi di non averne lasciato nemmeno uno sui pascoli e preda dei lupi o, cosa altrettanto importante, al mattino, facendole uscire una appresso all’altra, i pastori riescono ad immobilizzare le pecore e le capre per la mungitura, prima di avviare la mandria al pascolo; oppure, nei periodi della tosatura, fanno uscire gli animali un capo alla volta nel numero proporzionato agli addetti al taglio della lana. Ovviamente le aperture di quegli antichi stazzi erano in funzione anche del loro posizionamento: quello di Terravecchia, ad esempio, trovandosi sul tratturo, aveva una apertura di ingresso a nord ed una di uscita a sud ma quelli posizionati a distanza della via della transumanza non avevano necessità di più aperture e, quindi, presentavano un solo ingresso a valere anche come porta di uscita.


La transumanza invernale con le greggi dirette
verso il bassopiano appulo.
 
E’ il caso di sottolineare, comunque, che se all’interno dell’antico Safnio la maggioranza degli ocri non assunse mai un valore abitativo o difensivo permanente, ciò non significa che nei territori di confine, come nel nord della Campania o nei territori di altre popolazioni italiche (come per i Volsci) la tecnica poligonale non sia stata utilizzata nel tempo anche per la edificazioni di mura cittadine o "castella" dotati di guarnigioni difensive. L’omotecnia dell’opera poligonale si prestava infatti ai più svariati utilizzi, tanto è vero che anche i Safini del Safnio interno, allorquando l’influenza romana da ingerenza politica si trasformò in influsso culturale e religioso o l’ellenismo della Magna Grecia diffuse i suoi costumi più moderni, i gusti delle elites (51) governanti finirono per esserne condizionati e Templi e Teatri (52) vennero realizzati in opera poligonale. Nei secoli precedenti, però, la Civiltà transumantica dei Safini, nata e sviluppatasi in senso decisamente contrario alla urbanizzazione non espresse mai il bisogno di costruire città; nonostante ciò sviluppò un sistema istituzionale tanto forte e ricco da incutere per secoli timore e
rispetto alle altre popolazioni d’Italia, se è vero come è vero che i Safini invasero la Campania ellenizzata ed etruschizzata nel V secolo a.C.; la Magna Grecia, e Taranto in particolare, ricorsero di continuo a condottieri stranieri per difendersi dalla pressione politico-militare safina e Roma, infine, al momento di avviarsi sulla strada della sua grandeur, come già aveva fatto con Cartagine ritenne di dover stipulare un trattato di alleanza anche con il Safnio che pur esprimendo sin dai tempi di Romolo solo "villaggi senza mura di difesa", come ebbero a tramandare Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, si presentava come la Nazione Italica più potente del IV secolo a.C...
In conclusione si può sostenere che, allo stato, le fonti storiche e l’archeologia non offrono alcun elemento per contrastare l’ipotesi che il Safnio (il Samnium dei romani), nato dalla Safinas Tutas di origine indoeuropea, da società pastorale e sciamanica si trasformò, grazie al collante etnico, in una aggregazione politico-militare dei suoi tanti clan di allevatori fino ad esprimere quella "Civiltà senza Città" ricca, forte e fieramente indipendente che giunse a sconfiggere, contemporaneamente, Alessandro il Molosso a Pandosia e Roma alle Forche Caudine.

 



Il teatro sannitico di Pietrabbondante (II secolo a.C.)

 

 

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Massimo Cavalluzzo
Luciano D'Amico
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NOTE

(43) Con la transumanza invernale nei pascoli del Tavoliere, da settembre e fino ad aprile-maggio dell’anno successivo, venivano a concentrarsi la quasi totalità dei clan safini con le loro greggi.

(44) I Safini, forse perché caratterizzati dallo sciamanesimo diffuso, vengono ricordati dalle fonti come genti superstiziosissime, in particolare in riferimento a luoghi montani e fenomeni naturali.

(45) Sul punto la archeolinguistica fornisce una mano all’archeologia e, tra i tanti autori, consigliamo gli scritti di M.Alinei (autore, tra l’altro, de "La Teoria della Continuità", Vol. I, 19996 e Vol. II, 2000, ed. Il Mulino ).

(46) La Dogana ( termine di derivazione araba che significa "amministrazione"; "contabilità al fine di prelevare gabelle") di Foggia controllava ed esigeva la gabella della pastorizia sin dai tempi di Federico II. Con i Regno di Napoli i pascoli meridionali erano presi in fitto dai pastori di anno in anno mediante la corresponsione di un pagamento detto fida, e per questo erano anche chiamati "fidati", la cui entità era proporzionata al numero di capi di animali immessi nel Tavoliere, che era ripartito in locazioni e poste.

(47) Secondo A. Afzelius, Die romische Eroberung Italiens, Acta Jutlantica 14, Kobenhavn 1942, ripreso da Salmon, all’epoca del trattato del 354 a.C. Roma controllava un territorio che si estendeva per circa 6.095 chilometri quadrati con una popolazione di circa 317.000 unità mentre il Sannio avrebbe avuto una estensione di circa 21.595 chilometri con una popolazione ammontante a 650.000 abitanti.

(48) All’interno dello stazzo i pastori ancora oggi dividono e tengono separati gli agnelli dal gregge per evitare che vengano calpestati così come fanno con le pecore zoppe o ferite.

(49) Detta anche porta scea. Si tratta di un’apertura sghemba che presenta il suo lato destro più avanzato e a quota superiore rispetto a quello sinistro.

(50) Come quello ancora esistente a Monte Santa Crocella sul Matese (Cusano Mutri).

(51) A partire dal III-II secolo a.C.

(52) Pietrabbondante ne conserva un magnifico esemplare (II secolo a.C.).

 

 

Il testo e le immagini sono state gentilmente concesse dagli autori.
Pubblicato il 16 Ottobre 2010.

 

 

Una Civiltà senza città (Seconda Parte) Studi e Ricerche Le mura megalitiche di Casalucense (FR)

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco - Isernia
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