SANNITI

 
L'ANTICA CITTA' CHIAMATA SANNIA
Franco Valente

 

Sull'argomento si consulti anche:
Una citta' chiamata Sannio
di John Patterson (Cambridge University).

 

Chiunque oggi si rechi presso l’abbazia di San Vincenzo, a circa un miglio dalle sorgenti del Volturno, anche il meno esperto di archeologia, noterà certamente che tutta l’area è caratterizzata da una grande quantità di rocchi di colonne, lapidi, frammenti di epigrafi, cornici e fregi, confusi in maniera caotica o, comunque, apparentemente senza un particolare criterio. Un esame più approfondito porta a riconoscere che tali elementi provengono da diversi edifici appartenuti ad epoche e luoghi differenti.
Accompagnati dalle puntuali ricognizioni degli archeologi e degli studiosi che da oltre un secolo indagano tra le rovine di quella che fu una delle più importanti città monastiche d’Europa (1) e sulla scorta delle descrizioni che il monaco Giovanni raccolse nel suo Chronicon Vulturnense (2), possiamo ricostruire una storia che, giorno per giorno, si arricchisce di nuovi particolari, pur se molti aspetti della sua plurimillenaria vicenda, forse, rimarranno avvolti per sempre nel mistero.
Per cercare di capire qualcosa di più cercheremo di riassuniere gli aspetti peculiari del territorio immediatamente circostante le fonti del Volturno, richiamando anche i deboli suggerimenti che ci provengono da brandelli di storia nascosti tra le righe di documentazioni depositate frammenta-riamente in luoghi, a volte, lontani dalla nostra abbazia. Preliminarmente va considerato che il Volturno, l’antico Volotrone (3), è il fiume più importante della parte
  Samnium

... sive a colle Samnio ...
appenninica della penisola italiana ed ha le sorgenti situate in un’area che è posta nella parte più stretta della stessa penisola, tra l’Adriatico ed il Tirreno, in posizione quasi equidistante tra i due mari.
Un luogo sicuramente attraente per una popolazione, come quella dei primi Sanniti, che sfuggiva ad una carestia (4). Il corso d’acqua, prima di dirigersi rapidamente verso la valle venafrana per raggiungere poi, con calma, la sua foce in Campania, compie un itinerario tortuoso dopo aver scavato il suo letto nella grande platea di travertino, la più alta degli Appennini, della piana di Rocchetta. Una piccola pianura, peraltro, che, per la sua lieve pendenza (che impediva naturalmente l’impaludamento) e per le sue caratteristiche geomorfologiche, si presentava particolarmente utile ad una economia, quella dei primi Sanniti, prevalentemente pastorale sebbene integrata da una agricoltura dove ancora non erano sviluppate le tecniche di bonifica adottate successivamente, in maniera sistematica, dai Romani.
Girando attorno al colle, detto della Torre, formò nei tempi antichi almeno due isole, di cui rimane il ricordo nel toponimo ancora esistente di Colle dell'Isola e nei nomi di due chiese citate nel Chronicon Vulturnense: Santa Maria in Insula e San Laurencius in alia Insula.
Già in epoca preistorica, tra i novantamila ed i cinquantamila anni fa, nel periodo cosiddetto "musteriano" (5), gli abitatori di queste terre si avvicinavano all’acqua lasciando tracce consistenti dei loro insediamenti. Ma furono le popolazioni italiche


Ruderi davanti il nuovo San Vincenzo.
 
del Sannio a decidere di costituire per la prima volta un nucleo abitato, certamente importante, in questa zona che poi suscitò forti interessi dei conquistatori romani e dei successivi bonificatori benedettini (6). Su un lato del colle e nelle immediate vicinanze dei ruderi dell’antica abbazia, infatti, si ritrovano reperti architettonici e frammenti di ceramica che attestano la presenza di insediamenti precedenti (7) a quelli più vistosi del periodo romano.
Secondo una antica leggenda narrata da Festo, che la riprendeva da Verrio Flacco e da Strabone, i Sabini, spinti da una carestia e guidati da un toro, abbandonarono la propria terra in cerca di luoghi più favorevoli. Sul colle dove il toro si fermò essi decisero di fondare una città.
Essi venivano chiamati Sanniti perché avevano lunghe lance, in greco saunai, ed il colle perciò prese il nome di Sannio (8).
Una serie di elementi frammentari, ma di sicuro interesse storico per la ricostruzione di una storia sepolta dal tempo, porta a riconoscere in questa parte del Sannio quella città che, come riporta Paolo Diacono riprendendo da Festo, diede il nome a tutta la regione:
"La quattordicesima regione è il Sannio, che si trova tra la Campania, il mare Adriatico e l’Apulia, e comincia dalla città di Pescara. Vi si trovano le Città di Teate, Aufidena, Isernia e Sannia, ormai distrutta dal tempo ma da cui prende nome tutta la regione, e infine Benevento, la città più ricca nonché capoluogo di tutte queste regioni. I Sanniti presero a loro volta il nome dalle aste che erano soliti portare e che i Greci chiamavano appunto saunia (9)".
Sulla base delle più recenti scoperte abbiamo oggi la possibilità di affermare con certezza che sulla platea di travertino immediatamente vicino al complesso monastico esistesse un nucleo abitato, dal carattere non provvisorio, databile almeno al VI - IV secolo prima di Cristo o comunque ad un'epoca anteriore alla conquista romana del Sannio. Durante i lavori di sistemazione del giardino nell’area del palazzo abbaziale del nuovo San Vincenzo si è rinvenuto un sepolcreto con un numero straordinario di sepolture, molte delle quali conservatesi intatte, altre smosse in epoca medioevale.
  Samnia

L'area della necropoli sannita (14).
Si tratta di sepolture ricavate direttamente nel travertino relizzando una serie di fosse perfettamente rettangolari, per una profondità media di oltre un metro, con orientamento prevalente verso oriente. All’interno sono stati trovati, insieme allo scheletro del defunto, corredi funerari costituiti da vasellame in ceramica nera, fibule e decorazioni di bronzo, una collana di ambra, materiale vario.
Chatelaine

Chatelaine di bronzo
dalla necropoli sannita (14).
 
Una delle sepolture era occupata da una donna in avanzato stato di gravidanza. Tutta la necropoli interessa una vasta area quasi totalmente disturbata nell’XI secolo dalla costruzione degli edifici che costituirono l’impianto di quelli attuali. Il carattere delle tombe rinvenute intatte è sufficiente per garantire che non si tratti di sepolture casuali ed attesta l’esistenza di una vita comunitaria attiva nelle immediate vicinanze, probabilmente proprio nell’area occupata dal monastero più antico, dall’altra parte del ponte della Zingara.
Chi abbia distrutto realmente Sannia non è dato sapere. Certamente questa città fu conquistata da Scipione Barbato nel 298 a.C, come tenne a ricordare ai posteri il figlio del console romano quando nel 259 a.C. fece
scolpire l’elogium sul sarcofago che conteneva le spoglie del padre fin dall’epoca della sua morte: ...Taurasia Cisaunia Samnio cepit.... Sebbene si sia sollevato qualche dubbio sulla datazione dell’accaduto, certamente quando il figlio di Scipione Barbato viveva, ancora rimaneva il ricordo di una città che si chiamava Sannia (10).
Con la definitiva sconfitta dell’esercito sannitico nel 295 a.C., insieme alla sistematica demolizione di tutte le fortificazioni che difendevano il territorio, anche della città di Sannia ormai si era persa ogni traccia fisica. Così racconta Floro (11): "In cinquanta anni (l’esercito romano), grazie ai Fabii ed ai Papiri ed ai loro padri, sottomise e domò popoli liberi, distrusse a tal punto le stesse rovine delle città, che, se oggi si voglia cercare Sannio nel Sannio, difficilmente si troverà qualcosa che giustifichi la celebrazione di ventiquattro trionfi".
Effettivamente se Floro, nel II secolo d.C., quando scriveva delle rovine di Sannia, si fosse recato alle sorgenti del Volturno, non avrebbe trovato traccia dell’antico insediamento.
  Olla

Necropoli sannita - Olla a due anse (14).
Al suo posto, da tempo, i conquistatori romani avevano impiantato un nucleo abitato che sicuramente avrebbe potuto avere notevole importanza nel territorio se non si fossero sviluppati in maniera particolare i centri vicini di Aesernia e Venafrum. Probabilmente, infatti, l’insediamento alle sorgenti del Volturno mai raggiunse caratteristiche tali perché potesse essere considerato una vera e propria città. Già molto prima della venuta di Cristo, in epoca repubblicana, nella parte della collina che volge ad oriente guardando il corso del Volturno, fu costruito un grande edificio di cui oggi si è ritrovato il basamento sotto le strutture della basilica di San Vincenzo Maggiore. Attorno ad esso si articolò un vicus che, sebbene costituito da casupole di poca rilevanza architettonica, si sviluppò impegnando una estensione di circa 10 ettari di terra fino al I secolo d.C., quando fu sostituito da una grande villa-fattoria, dipendente dalla praefectura di Venafro (12).
Il nucleo, che probabilmente conservò il nome di Sannia, continuò per molto tempo ad essere utilizzato trasformandosi ed adattandosi alle esigenze dei suoi abitanti. Si fecero opere idrauliche di un certo impegno per evitare che le piene del fiume danneggiassero gli edifici e le attività più vicine al corso d’acqua. Almeno un canale (se non due) fu scavato sulla sponda destra, in maniera che l’acqua, sollevandosi nei periodi di piena, defluisse facilmente senza provocare l’allagamento della sponda sinistra. Per collegare le due sponde furono costruiti, a più riprese, vari ponti di cui rimangono consistenti tracce.
  Ponte della Zingara

Ponte della Zingara.
Uno di essi, quello oggi detto della Zingara, probabilmente del III secolo d.C., è ancora perfettamente funzionante. L’assenza di epigrafi significative rende, poi, problematico capire cosa sia avvenuto in quest’area dal IV all'VIII secolo d.C. Vi è però da notare che la cronaca vulturnense non riporta solo le vicende del monastero, ma anche una serie di notizie che evidentemente derivavano da altre fonti, apparentemente contraddittorie e che, alla luce dei recenti scavi archeologici, appaiono molto più attendibili (13) o comunque degne di essere riconsiderate.


Il testo è tratto dal libro di Franco Valente:
"San Vincenzo al Volturno. Architettura ed arte".
Realizzato per l'Abbazia di Montecassino da
Edizioni CEP Monteroduni (IS) 1995

 

NOTE

(1) - Sulla storia del territorio vulturnense e sulla sua organizzazione si possono consultare numerosi saggi e tra essi:
  • A. PANTONI, La chiesa e gli edifici del Monastero di San Vincenzo al Volturno, Montecassino 1980.
  • AA. VV., Una grande abbazia alto-medievale nel Molise: San Vincenzo al Volturno (Atti del convegno di Venafro, maggio 1982), Montecassino 1985.
  • AA. VV., San Vincenzo al Volturno - Archeological monographs of the British School at Rome, a cura di Richard Hodges, Londra 1993.
  • M. DEL TREPPO, Longobardi, Franchi e Papato in due secoli di storia volturnense, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, n. 5, XXXIV (1955) pp. 37-66.
  • M. DEL TREPPO, La vita economica e sociale in una grande abbazia del Mezzogiorno, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane, n. 5, XXXV (1956), pp. 31-100.
  • O. BALDACCI, I possessi maggiori del Monastero di San Vincenzo al Volturno nel secolo VIII, in Abruzzo, rivista dell'Istituto di Studi Abruzzesi, a. XLV (1976).
  • N. F. FARAGLIA, Saggio di corografia abruzzese medioevale, in Archivio Storico per le Provincie Napoletane - XVI (1891).
  • E. GATTOLA, La Terra Sancti Vincencii, a cura di F. Avagliano, in Almanacco del Molise 1981, Campobasso 1980.
  • F. VALENTE, Il territorio di San Vincenzo ed il castello di Cerro al Volturno, in Almanacco del Molise 1983, Campobasso 1982.
  • O. FRAIA-FRANGIPANE, La terra di San Vincenzo a Volturno, a cura di F. Avagliano, Montecassino 1982.

(2) Chronicon Vulturnense del monaco Giovanni. Per le nostre consultazioni ci siamo avvalsi della edizione V. FEDERICI, Chronicon Vulturnense del Monaco Giovanni, in "Fonti per la storia d’Italia", Roma 1925 e 1940.

(3) PLUTARCO, Vite parallele, nel parlare di Fabio Massimo così riferisce: ... Olotronus fluvius quem Volturnum Romani vocant per urbem fluens dirimit Casilinum...
  • A. MATTEI, Storia d'Isernia, Vol.I, p.28, Napoli 1978.
  • F. VALENTE, Architettura ed iconografia cristiana ai limiti del territorio di San Vincenzo al Volturno, in Almanacco del Molise 1985, Campobasso 1984.

(4) Sull’epopea sannitica si vedano in particolare:
  • E.T. SALMON, Il Sannio e i Sanniti, Torino 1985 (ed. orig. Samnium and the Samnites, Cambidge 1967)
  • V. CIANFARANI, Culture adriatiche antiche di Abruzzo e di Molise, Roma 1978.

(5) La British School at Rome ha condotto ricognizioni sul territorio circostante individuando una serie di stazioni umane di epoca musteriana.

(6) D. PETROCCIA, Il problema di Sannia, prima parte in Samnium, LIII (1980), pp.l6O-l85 e seconda parte in Samnium, LIV (1981), pp.29-61.
Il saggio di Petroccia è particolarmente importante perché attraverso il solo esame dei testi antichi, ed in particolare di Paolo Diacono e di Ambrogio Autperto, ricostruisce con certezza l’esistenza dell’antica Sannia, pur non riuscendo a riconoscerne le sopravvivenze in quello che erroneamente veniva ritenuto il primo sito dell’insediamento monastico vulturnense. Infatti la ricostruzione della grande basilica di San Vincenzo, effettuata dal monaco cassinense Angelo Pantoni negli anni 1953-1964, sull’errata convinzione che in quel luogo fosse stata edificata la prima chiesa dell’abate Giosue, lo aveva portato lontano da una verità intuita senza poterla dimostrare fino in fondo. Se Petroccia avesse potuto osservare la imponenza dei reperti venuti alla luce in questi ultimi anni sull’altra sponda del Voltumo, ove all’epoca del suo saggio si conosceva solo la cripta di Epifanio ed il ponte della Zingara, non avrebbe esitato a riconoscervi il sito originario dell’antica Sannia.

(7) R. HODGES, San Vincenzo al Volturno nel periodo classico, in Almanacco del Molise 1990, Campobasso 1989.

(8) SESTO POMPEO FESTO, De verborum significatione: "Samnites ab hastis appellati sunt, quas Graeci appellant; has enim fuere adsueti erant; sive a colle Samnio ubi ex Sabinis adventantes consederunt". STRABONE V,4,12.

(9) PAOLO DIACONO, Historia Longobardorum, II, 20: "quarta decima inter Campaniam et mare Adriaticum Apuliamque, a Piscaria incipiens, habetur. In hac sunt urbes Theate, Aufidena, Hisernia et antiquitate consumpta Samnium, a qua tota provincia nominatur, et ipsa harum provinciarum caput ditissima Beneventus. Porro Samnites nomen accepere olim ab hastis, quas ferre solebant quasque Greci saynia appellant".

(10) Il problema della esistenza di una città chiamata Sannia sollevato dal Petroccia (Samnium 1980 e 1981) è stato ripreso da J. PATTERSON nel 1985 in San Vincenzo al Volturno. The Archaeology, Art and Territory of Early Medieval Monastery (British Archaeological Reports, Oxford), pp. 185-199, pubblicato finalmente in italiano sull’Almanacco del Molise 1990 (Campobasso 1989). Sinteticamente ha ribadito l’interpretazione più logica affermando l’evidenza che l’Elogium si riferisca alla conquista, da parte di Scipione Barbato, di tre città e non di due città ed una regione, come ipotizzato, con argomenti poco convincenti, da altri.
Sulla interpretazione dell’Elogium di Scipione Barbato si veda:
  • A. LA REGINA, L’elogio di Scipione Barbato, D. d’A. II (1968).
  • F. ZEVI, Considerazioni sull'elogio di Scipione Barbato, in Studi miscellanei, XV (1969-1970), pp.65-73.
  • V. SALADINO, Der Sarkophag des Lucius Cornelius Scipio Barbatus, Wurzburg, 1970.
  • F. COARELLI, Il sepolcro degli Scipioni, D. d’A. VI (1972).
  • T. MOMMSEN, CIL XII,8-9.
  • E. W. FAY, Scipionic Forgeries, in Classical Quarterly, XIV (1920).

(11) FLORO, Epitome I, 11.8: "hos tamen quinquaginta annis per Fabios ac Papirios patresque eorum liberos subegit ac domuit, ita ruinas ipsas urbium diruit, ut hodie Samnium in ipso Sannio requiratur nec facile appareat materia quattuor et viginti triumphorum".

(12) R. HODGES, San Vincenzo ecc., cit.

(13) L’argomento è stato approfondito da P. BERTOLINI, I Duchi di Benevento e San Vincenzo al Volturno, in AA. VV., Una grande abbazia altomedioevale: San Vincenzo al Volturno - Atti del I convegno di studi sul Medioevo Meridionale (1982), Montecassino 1985.
Bertolini in quella sede ha evidenziato, pur non essendo a conoscenza degli scavi condotti successivamente, la sopravvivenza, all’epoca di Paldone, Tatone e Tasone, di una chiesa più complessa e di un nucleo abitato che si sovrapponeva ad uno precedente, riconoscendo validità anche a quella descrizione del Chronicon da altri considerata contraddittoria.

(14) La foto è dell'autore.

 

 

L'area archeologica di Pietrabbondante Studi e Ricerche Una città chiamata Sannio

Storia dei Sanniti e del Sannio - Davide Monaco
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