L'unico libro di questo tipo giunto fino a noi doveva forse appartenere ad un aruspice etrusco e fu trovato casualmente quando, verso la prima metà del XIX secolo il nobile croato Mihail de Brariae portò in patria una mummia da un suo viaggio in Egitto, comprata da mercanti del luogo trafugatori di tombe secolari. Nel 1892 l'egittologo Brugsch nell'andare ad esaminare la mummia si accorse che le bende di lino che l'avvolgevano non erano altro che un antico testo etrusco riutilizzato dagli imbalsamatori egizi forse per carenza di materiale. Rimase stupito nel verificare che il testo comprendeva tante parole da rappresentare il più lungo testo etrusco fino ad allora ritrovato. Restituire l'integrità al testo, che fu tagliato in bende per avvolgere la mummia, non fu semplice. Il libro ha una trama fitta e i due inchiostri che furono usati, nero per il testo, rosso per una sorta di "impaginazione", non vennero bene assorbiti, forse perché il tessuto aveva subito un trattamento specifico. Il libro è costituito da colonne che contengono 34 righe di scrittura per un totale di 230 righe, larghe circa 24 cm., e di circa 1350 parole in totale che naturalmente non sono tutte traducibili, per i danni provocati dall'usura del tempo, dall'utilizzo improprio e anche perchè alcuni termini risultano completamente sconosciuti agli esperti ancora oggi. E' inquadrato da una doppia linea rossa che, secondo una recente interpretazione, doveva corrispondere alle piegature del libro. Esso si presentava dunque con pagine disposte l'una sull'altra, che venivano "sfogliate" a fisarmonica da destra verso sinistra, secondo la direzione della scrittura. Il contenuto del libro si riferisce ad un calendario rituale che specificava le cerimonie da compiere in giorni prestabiliti in onore di varie divinità. Le prescrizioni di carattere religioso sono tipiche dell'area tra Perugia, Cortona ed il Lago Trasimeno. Il riutilizzo di questo antico testo etrusco come semplice bendaggio di una mummia egizia testimonia comunque l'esistenza di rapporti sociali che intercorrevano tra queste due antiche civiltà. Per disposizioni testamentarie, il "libro linteo" venne donato dal nobile Mihail de Brariae al Museo di Zagabria, dove è conservato dal 1862. Ci troviamo, dunque, di fronte a un vero e proprio codex, redatto da uno scrivano attento alla regolarità orizzontale delle righe, agli spazi, ai paragrafi, alle sottolineature in rosso. La tarda epoca del testo, copiato intorno agli inizi del II secolo a.C., indica che nell'ambiente sacerdotale si era conservata, per libri di contenuto liturgico, una tradizione più antica, che resisteva all'uso ormai dilagante dei libri scritti su papiro. Di questa tradizione, che in tempi precedenti aveva permesso a sacerdoti e magistrati di redigere interi libri in cui si condensava il sapere scientifico-religioso o la storia locale, si hanno documenti solo indiretti. In alcuni monumenti sepolcrali etruschi del IV secolo a.C., accanto al defunto è rappresentato un drappo ripiegato che deve essere identificato come un libro di lino: esso raffigura uno degli strumenti per eccellenza che il titolare del sepolcro, magistrato o aruspice, aveva utilizzato nella sua vita oppure un libro vero e proprio che egli aveva scritto. E probabile che, accanto ai libri scritti, esistessero in quest'epoca anche i libri illustrati. A differenza di quanto accadeva nel mondo greco, dove questa tradizione, a partire dal IV secolo a.C., interessava la letteratura scientifica e quella poetica, c'è da presumere che in Italia, prima del pieno ellenismo, essa fosse utilizzata per commentare a scopo didattico i libri degli auguri o anche quei libri acherontici che, in Etruria , narravano del destino degli uomini dopo la morte. |