Storia dei Sanniti e del Sannio - Iscrizione in osco da Campochiaro (CB).
SANNITI

 
UNA DEDICA AD ERCOLE
DAL SANTUARIO DI CAMPOCHIARO
Stefania Capini
 


 
Iscrizione osca da Campochiaro

La dedica su frammento di ceramica da Campochiaro.
 
Nel corso dei lavori preliminari allo smontaggio e al restauro del tempio di Campochiaro venne recuperato un frammento di ceramica a vernice nera che conservava i resti di un graffito osco con dedica a una divinità (1). Esso comprende parte del fondo e del piede di un vaso di forma aperta, probabilmente una patera; il fondo interno è individuato da una piccola scanalatura circolare circondata da un giro di volute schematiche, incise sulla vernice dopo la cottura. Il frammento è troppo esiguo per permettere un riconoscimento della forma e della cronologia, tuttavia il gusto per la decorazione graffita, che è impiegata ad esempio nella ceramica di Teano dei primi decenni del III secolo a.C., può far pensare a un inquadramento nell'ambito della prima metà dello stesso secolo.
La dedica, su quattro linee, è stata incisa sul fondo interno, nella scanalatura circolare il cui limite viene oltrepassato solo nella prima riga, utilizzando una punta sottile la cui traccia è molto ben riconoscibile anche dove la caduta della vernice avrebbe potuto causare qualche incertezza di lettura.

]lui aiserniui
]biis brateis
]as dunum ded
]vkl


Mancano i segni per í e ú (il punto orizzontale visibile presso la i di ]lui, nella prima linea, è solo una casuale scheggiatura della vernice), cosa che potrebbe confermare la datazione proposta. La frattura del pezzo ha fatto perdere la parte iniziale di ciascuna linea, senza però comprometterne in maniera sostanziale la comprensione.
Il testo inizia con due parole, entrambe in dativo, evidentemente la divinità alla quale l'offerta era destinata. Della prima rimangono solo le ultime tre lettere, ma il nome può essere facilmente completato come [herek]lui, la sola possibilità di integrazione; segue l'epiclesi, aiserniui.
La prima parola della seconda linea, di cui rimane la parte terminale, era evidentemente il gentilizio dell'offerente: supponendo una simmetria grafica con il resto dell'iscrizione, bisogna ritenere che non si trattasse di un nome troppo lungo (integrazioni possibili tra i gentilizi noti potrebbero essere [bab]biis, [sla]biis, [tre]biis (2), quest'ultimo maggiormente documentato in questo territorio), tanto più che va inserita anche l'abbreviazione del prenome. Segue la formula usuale dell'offerta fatta per grazia ricevuta, per la quale viene utilizzato lo schema più completo: brateis / [dat]as dunum ded(ed). L'ultima linea, più breve delle altre, è conclusa dalle lettere ]vkl, - non sappiamo se fossero o meno precedute da altre e il senso di questa conclusione rimane per ora piuttosto incerto (3).
L'elemento di maggior interesse dell'iscrizione è certamente rappresentato dall'epiclesi di apertura che conferma la presenza nel santuario del culto di Ercole, già noto e variamente attestato; appare invece singolare il titolo con cui è invocato: aiserniui, termine che sembrerebbe collegarsi, in maniera peraltro non ben comprensibile, al toponimo di Isernia.
Esiste però un documento altomedievale che potrebbe offrire una chiave di comprensione per tale termine. Si tratta del documento del 985 con cui l'arcivescovo di Benevento, Alfanus, nominava vescovo di Alife il diacono Vitus e nel quale vengono indicati i limiti di tale diocesi (4). Nella descrizione, seppure lacunosa, del confine settentrionale, quello cioè che corre lungo la linea di spartiacque del Matese, viene citato un toponimo Esere, nel quale è stato riconosciuto il sito attualmente denominato L'Esule, non lontano da Monte Miletto, la cima più elevata del Matese (5).
E' stata già notata l'assonanza tra il toponimo Esere e il nome di Isernia (6): questo graffito può forse rendere più concreta tale relazione. Infatti l'epiclesi di Ercole che compare nel testo di Campochiaro, sembra si sia formata in maniera analoga al nome di Aesernia, o meglio di Aisernio, il nome osco della città di cui quello latino è solo traduzione, come forma aggettivale di un ipotetico *aiser-
La coincidenza con il nome del Monte Esere appare intrigante: sembra infatti possibile ammettere che questo termine sia, appunto, la sopravvivenza di tale nome osco e che vi si possa, anzi, riconoscere il nome stesso del Matese. In tal caso, bisogna pensare che esso sia rimasto in uso localmente (mentre per i Romani il Matese era diventato il mons Tifernus, nome ripreso da quello del fiume Biferno - Tifernus - che da esso trae origine), restringendo via via l'area di riferimento, fino a essere confinato - in maniera comunque significativa - alla vetta della montagna.
Certamente si tratta solo di una possibilità, ma che appare credibile anche in relazione ai due termini che abbiamo ricordato, il nome di Isernia e il titolo dell'Ercole di Campochiaro.
Aisernio, ubicata sulle pendici del massiccio, nel suo punto più settentrionale, diventa così la città del Matese; nel santuario di Campochiaro, a sua volta, arroccato sul fianco del monte, si celebra il culto della divinità della montagna, non dunque un Hercules Salarius, come pure era stato suggerito (7), ma l'Ercole del Matese.


Tratto da "Studi sull'Italia dei Sanniti" - Catalogo della mostra tenutasi
a Roma presso il Museo Nazionale Romano - Terme di Diocleziano
A cura del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali
Soprintendenza Archeologica di Roma.
Casa Editrice Electa - Milano 2000

 

NOTE

(1) Il frammento è stato ricomposto da due parti. Dimensioni max cm 3,7 x 5,9. Inv. 34496.

(2) Lejeune 1976, p. 107 s.

(3) La medesima successione di tre lettere si ritrova anche in un bollo laterizio (Capini 1985, p. 251, n. 27), ma sembra probabile che si tratti solo di una coincidenza.

(4) Gattola 1733, I, p. 36; tale documento è stato recentemente ripreso in esame da Domenico Caiazza, nell'ambito di una ricerca a carattere topografico: Caiazza 1997, pp. 34-38.

(5) Caiazza 1997, pp. 35-38, dove viene notata l'evoluzione del toponimo attraverso la forma Le Sole, forma questa riportata anche in Rizzi Zannone 1812.

(6) Caiazza 1997, p. 35.

(7) Torelli 1994, p. 137


 

 

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